Le facoltà mediche e il diritto allo studio negato

Fures privatorum furtorum in nervo atque in compedibus aetatem agunt, fures publici in auro atque in purpura. (Presso Gellio, XI, 18). I ladri delle cose private passano la vita in ceppi e in catene; quelli pubblici nell’oro e nella porpora.

“Non si muove foglia che Dio non voglia”: come sia vero questo detto, sotto gli occhi di tutti, è riconoscerne la veridicità. Ciò non tocca l‘unica libertà dell’uomo, il cosiddetto libero arbitrio, ovvero la sua volontà di scegliere il bene o il male, e, di conseguenza, non contraddice a quel che ne consegue, spesso sotto forma di effetti nefasti, qualora prevalgano scelte faziose, partigiane, interessate di chi detiene il potere, rendendo succubi o vittime i destinatari. Filangieri nella sua grande opera La Scienza della Legislazione (1780-1788) evidenzia un concetto fondamentale che potremmo definire il leit-motiv della sua ricerca: bisogna prestare somma attenzione alle leggi, che possono essere un’arma detenuta dal Legislatore, pronta a colpire come un pugnale affilato, se va contro gli interessi comuni, il bene della collettività. La qual cosa fa riflettere sulla politica attuale, tutta improntata sulla compilazione e la ratificazione di leggi di cui spesso non se ne comprende il senso e non se ne intuisce la portata. La parola più usata e abusata di oggi è “riforma”, mettere mano all’esistente per adeguarlo al passo con i tempi, con gli interessi e le finalità che si vogliono perseguire. Nell’emergenza del coronavirus e nella indispensabilità del ricorso al personale sanitario per prevenire, curare, etc. etc., senz’altro è venuto alla ribalta il criterio con cui si accede alle facoltà medico-sanitarie, non solo per diventare medico, ma anche per poter essere fisio-terapista, infermiere, odontoiatra, farmacista, etc. Insomma, per poter avere l’istruzione che riguarda il “campo medico”, l’unico al momento in grado di assorbire nel lavoro coloro che si dedicano agli studi che consentono l’acquisizione delle informazioni sulla salute delle persone. Più che valutare se mantenere o no un criterio di selezione delle domande, in vista di un effettivo miglioramento dell’offerta, è preferibile verificare come esista un problema grande e attuale, benché provvisto di radici ben salde, forti e robuste, difficili da estirpare: la facoltà di medicina e quelle ad essa strettamente collegate hanno ideato e costruito non già un sistema utile ad individuare coloro che hanno la vocazione e intelligenza per essere medici o operatori sanitari, ma un’autentica barriera (la si può chiamare anche Muro di Berlino, Diga dei Paesi Bassi contro il mare del Nord, Muraglia Cinese). Quelli che speravano che si aprissero le porte del normale accesso, sono tornati a casa con la testa rotta e un niente di fatto. Ché, anzi, non solo è rimasto in vigore il numero chiuso e quindi sono pesantemente sbarrate le porte di ferro, ma si escogita con cavilli paradossali il modo per rendere la vita ancora più amara a tanti che resteranno fuori dal paradiso degli invitati e non assaporeranno le vivande della cultura medica (v. Convivio, Dante Alighieri), ma solo l’amarezza e il senso della disfatta, unito a quello della beffa. Eh, sì, perché di beffa trattasi. Altro che selezione abolita (come era stato gridato ai quattro punti cardinali) e accesso consentito! Per ora, e cioè per il 2020, si sono seguite le consuete procedure, che hanno visto esclusi dalla conoscenza buona parte (tredicimila ammessi su sessantaseimila circa) dei partecipanti ai quiz preselettivi di accesso alla facoltà. Ma sarebbe stato ancora peggio se si fosse seguito quanto elaborato e proposto dalla VII Commissione cultura, scienze e istruzione della Camera dei Deputati, il cui corifeo indiscusso è il giovanissimo medico di trentadue anni, l’Onorevole Manuel Tuzi del Movimento 5 Stelle, folgorato però nella sua spavalda iniziativa e proposta dal Ministro dell’università e della ricerca Gaetano Manfredi sulla strada di Damasco. L’Onorevole Tuzi, portavoce della Commissione di cui sopra, aveva congegnato, tra copiature di procedure di vario genere (in specie dalla Francia), la maniera per ridurre ulteriormente e in modo sostanzioso e drastico le possibilità di chi avesse voluto accedere alle scienze mediche, utilizzando un sistema ibrido (va così di moda!) e discrezionale per bloccare, a partire dal secondo anno chi ha immaginato, come dicono i delusi, di mettersi addosso il candido camice bianco, che apre la strada a un posto sicuro, ben pagato e tanto apprezzato nel contesto sociale, ovvero il camice del medico. Per raggiungere la tanto agognata meta della laurea in medicina, secondo la Commissione, il percorso dovrebbe cominciare più o meno a sedici, diciassette anni di età, ovvero al terzo anno della scuola superiore, dove già si potranno notare e rilevare i primi sintomi della febbre della vocazione medica, cui dovrebbe seguire il primo anno di università, che avrebbe le stesse materie (ed esami) indifferentemente per più facoltà (medicina, farmacia, biotecnologie, etc.), durante il quale, in seguito agli esami brillantemente superati e ad una successiva prova selettiva (questa volta al secondo anno), sarebbe finalmente possibile individuare con estrema sicurezza chi sarebbe destinato a continuare il secondo anno di medicina o dovrebbe essere deviato verso altre facoltà, tutte comunque accomunate dalla comune predisposizione e attitudine per le materie scientifiche. In maniera contraddittoria l’Onorevole Manuel Tuzi, intervistato, specifica: “Sicuramente c’è una carenza forte di medici …. Noi ci troviamo al collasso e rischio dei Pronto soccorso, soprattutto con una carenza così generalizzata …”, ma poi precisa: “Penso sia follia abolire il numero chiuso …”. E allora? Perché rendere sempre più impossibile secondo le geniali idee della VII Commissione Cultura, scienze, etc. la conoscenza della medicina attraverso la frequenza della sua facoltà? Per mantenere posizioni di privilegio? Per garantire la chiusura a casta? Perché si preferisce avere, come succede attualmente, medici che prendono la strada dell’estero invece che sistemarli e organizzarli in Italia, dove sussiste la grande necessità di averli e dove si sono impiegate notevoli risorse pubbliche per la loro formazione? Antonella Moschillo indica tre motivi per i quali è necessario mantenere in vigore il numero chiuso. Il primo è perché l’Italia non potrebbe finanziariamente permettersi il numero aperto, perché per sei anni di studio (medico) lo Stato spende pro capite a studente euro 24.800 in sei anni. Il secondo è perché non utilizza lo Stato i medici che ha formato e specializzato, ma “li deposita -questi medici- in un angolo”; il terzo e ultimo motivo è perché troppi laureati o formati in medicina potrebbero significare per chi li porta fino alla laurea prediligere per loro (e quindi per tutto il contesto sociale) la quantità e sacrificare la qualità della formazione. Ma a queste tesi si può facilmente opporre ciò: alla prima: il Governo oggi sbandiera da ogni lato e da ogni punto che ci saranno soldi che pioveranno sull’Italia come un diluvio universale. Ergo: perché non impiegarne parte (visto e considerato che tra l’altro si vuole finanche ricorrere ai soldi del MES esclusivamente per la sanità) per avere più laureati in medicina? Alla seconda tesi si obietta: perché lo Stato spende i soldi per le specializzazioni e non impiega gli specialisti successivamente, come di dovere, secondo necessità (tante) e i bisogni(tanti)? Terza obiezione: perché chi forma i medici dovrebbe, solo perché sono in numero più ampio, non sapere tener in conto la qualità del loro percorso formativo? Ultima e personale considerazione: nel passato si sono formati egregiamente (in base ai risultati) i medici che oggi sono giustamente apprezzati per il loro impegno, la loro dedizione, la loro professionalità. In qualsivoglia città italiana hanno mostrato di saper reggere, affrontare e per quel che è stato loro possibile risolvere la problematica connessa alla drammatica epidemia da coronavirus, senza dimenticarsi e tralasciare la cura e la premura per i pazienti affetti da altre patologie. Ma questi medici (molti di loro ottimi clinici e ricercatori) si sono iscritti in Medicina con il diploma di maturità e senza trovare ostacoli, aggiunti e costruiti per sbarrare la strada alla loro scelta di vita e hanno poi concretamente prestato la loro opera nel sociale, quando l’Italia, ieri come oggi, aveva bisogno di provvedere a rendere concreto il diritto alla salute, come recita la Costituzione (art. 32). E allora perché non guardare indietro per poter andare avanti? Adesso i veri rivoluzionari sono quelli che tornano alla tradizione, alla storia e non già coloro che si avvalgono di fortuite e mal congegnate improvvisazioni, contro la democrazia, limitative del diritto allo studio (pur esso garantito dalla Costituzione).

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