Il conflitto in atto tra il Nagorno-Karabakh e l’Azerbaijan

Si susseguono avvenimenti in punti remoti della terra, ma non per questo poco ci riguardano. La situazione attuale di crisi ha messo in moto energie che fino a questo momento erano rimaste ferme o che si muovevano timidamente, in attesa del momento opportuno per esprimersi. Innanzi tutto, nello scenario mondiale preoccupato dalla pandemia e dalle ricadute economiche che essa ha comportato,  sembra voglia mettersi in discussione il ruolo delle storiche grandi potenze, al cui primato  si attenta per  conquistarsi spazi di manovra  finora inconcepibili. Gli equilibri che si verranno a determinare saranno in relazione con quanto, pur in aree apparentemente marginali, si sta verificando. Le ultime notizie che arrivano dall’Armenia-Azerbaigijan (ricollegabili a quanto è successo nel luglio di quest’anno) mettono in primo piano non solo lo scontro tra realtà politiche diverse, ma anche la volontà da parte della Russia di non rinunciare al suo ruolo di maggiore  potenza europea ed asiatica e, dall’altro lato (sempre per la Russia), la necessità di non lasciare degenerare  questioni antiche mai del tutto risolte, in zone dove è importante mantenere strategicamente il controllo, orientando l’ago della bilancia verso gli interessi da sempre difesi e perseguiti, a favore cioè dell’etnia armena (della Repubblica di Armenia e del Nagorno-Karabakh: quest’ultimo territorio è sotto la giurisdizione  formale dell’Azerbaijan, ma di fatto è gestito dall’Armenia, in virtù della sua popolazione, che è della stessa etnia). Il conflitto tra il  Nagorno-Karabakh (sostenuto dall’Armenia) e   l’Azerbaijan, a popolazione islamica,  offre oggi l’occasione alla Turchia per far sentire la sua voce a favore della Repubblica dell’Azerbaijan,  di cui sostiene le pretese, che sono quelle di inglobare in maniera inequivocabile e definitiva il territorio (e la popolazione) del Nagorno-Karabakh.  Dopo aver recuperato parte della sua antica influenza nell’Africa settentrionale e nel Medio Oriente (in particolare in Libia e in Siria), la Turchia non può sottrarsi al suo nuovo ruolo nella politica internazionale, inserendosi in problematiche esterne che  giovano ad  ampliare la sua sfera di influenza e ritornare ad essere in competizione con la Russia, nella ricerca del ripristino dell’impero del passato.  Nel 1988 il Nagorno-Karabakh aveva indetto un referendum con  cui esprimeva la volontà di aderire alla Repubblica Armena, ma dopo lo smembramento dell’URSS (1991) rimaneva giurisdizionalmente  parte integrante della Repubblica dell’Azerbaijan., osteggiato sia dal Governo di Mosca che da quello dell’Azerbaijan. Il Nagorno-Karabakh proclamava la sua indipendenza, la sua autonomia, non riconosciute a livello internazionale, cui seguiva  la guerra (durata fino al 1994) tra l’esercito azero (dell’Azerbaigijan) e gli indipendentismi armeni, costata trentamila vittime e un milione di sfollati.  L’identità prevalentemente armena e quindi cristiano-ortodossa del Nagorno-Karabakh fa sì che la Repubblica Armena  ne abbia influenzato e diretto la politica e l’economia, sostenendosi  a sua volta alla Russia, che è stata storicamente da sempre alleata della popolazione slava cristiano-ortodossa contro le pretese della Turchia, interessata  a difendere e ad assorbire nel suo ambito  le popolazioni islamiche. Russia e Turchia questa volta non si confrontano in territori esterni, quali sono quelli dell’Africa settentrionale e del Medio Orienti, ma in zone vicine e confinanti, laddove la pressione e la forza dell’uno e dell’altro paese ne hanno da tempi  remoti condizionato e regolato la vita.  Chi sia stato il primo ad attizzare un fuoco giammai spento, ha una rilevanza relativa. Le accuse si fronteggiano da entrambe le parti, benché sia più ovvio immaginare che la responsabilità dell’ ultimo e più recente attacco sia da addossarsi all’Arzebaijan.  Se non altro perché di primo acchito è possibile intuire che per la Russia non sia conveniente aprire un’altra breccia di conflitto, preoccupata com’è dalle questioni bielorusse e dalla situazione interna, che la vede combattere, come quasi tutti i paesi del mondo, contro il nemico subdolo e incalzante del coronavirus, con tutto quel che può comportare nel fronte interno, comprese le critiche nei riguardi di chi ne governa il freno o la possibile diffusione. Chi invece sembra abbia tutto da guadagnare, nello sfruttamento del momento favorevole storico e perché non chissà quanto preoccupata per la sua popolazione in crisi economica e non solo, è la Turchia, sempre più pronta ad approfittare dell’apparente disinteresse degli Stati Uniti, assorbiti dalle elezioni presidenziali e dalla difficoltà di gestire in maniera risolutiva ed efficace l’espandersi della pandemia. Tra i due litiganti (Turchia e Russia) senz’altro i meno temibili per gli States sono i Turchi di Erdogan (i quali si avvantaggiano altresì del brutto e teso rapporto che si mantiene tra gli Stati Uniti e l’Iran, che a sua volta cerca all’esterno consensi e all’interno una sua più consistente forza). Non è altresì da trascurare che la Turchia può non solo essere utilizzata in funzione antirussa, ma anche in funzione antieuropea. L’Europa non può discostarsi più di tanto da quello che è l’atteggiamento statunitense nei confronti della Turchia e le sono consentiti tutt’al più dichiarazioni di riprovazione del conflitto in corso e auspici di fine veloce e gloriosa dello scontro (sperando, presumibilmente, nell’efficace e decisivo intervento russo). La Russia tuttavia non si mostrerà solo formalmente contraria a ciò che sta avvenendo. Segue molto da vicino la vicenda ed è territorialmente interessata a non fornire occasioni alla Turchia per procedere oltre e sistemarsi sul carro della vittoria. In campo ci sono sì interessi economici di grande rilevanza (il passaggio tra il Nagorno –Karabakh e l’Armenia di oleodotti che trasportano dalla Russia ai mercati occidentali petrolio e gas) e ideologici da non sottovalutare. I Russi si sono da sempre, dai tempi più antichi, ritenuti i difensori delle comunità slave cristiano-ortodosse, da quando l’islamismo è penetrato con forza, dopo la fine dell’impero romano d’Oriente (1453) in tutti i punti dell’Europa Orientale e dell’Asia, a partire cioè  dalla storia di Ivan III il Grande (1462-1505). E’ interessante a tale riguardo riportare quanto scrive Dostoevskij (vissuto ne secolo XIX, quando, in piena epoca romantica, le popolazioni slave furono considerate le  uniche “autentiche cristiane”,  amanti della pace e della giustizia più di tutte le altre popolazioni europee) nel “Diario di uno scrittore”, che ricorda  un episodio rimasto impresso nella memoria collettiva russa, riferito allo zar Alekséj Michàlovic, definito “il mite” (1645-1676), padre di Pietro il Grande : “Versate abbondanti lacrime”, disse (Alekséj) rivolto ai dignitari: “Il mio cuore soffre per la schiavitù di questa povera gente (gli slavi cristiani ortodossi) che langue nelle mani dei nemici della nostra fede (i Turchi); Dio mi chiamerà a rendere conto il  giorno del giudizio, se, avendo la possibilità di liberarli, trascurerò di farlo … ; io temo le domande che mi porrà il Creatore in quel giorno; ed ho deciso nella mia mente, se a Dio piacerà, di sacrificare tutti i miei soldati e il mio tesoro, di versare il mio sangue fino all’ultima goccia, e di fare ogni sforzo per liberarli…” Con queste convinzioni e radicati sentimenti, benché la Turchia a sua volta persegua un piano politico appoggiato su ideologie  altrettanto forti ed inconciliabili con quelle cristiano-ortodosse, sarà possibile pensare ad  un passo indietro da parte delle posizioni confliggenti e ipotizzare una possibile soluzione diplomatica?

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