La politica oggi

Stemmata quid faciunt?… Effigies quo/ tot bellatorum, si luditur alea pernox/ante Numantinos, si dormire incipis ortu/Luciferi, quo signa duces et castra movebant? Giovenale, Satire, VIII, vv.1 sg. Che fanno gli stemmi?… A che pro tante effigi di guerrieri, se sotto gli occhi dei conquistatori di Numanzia si gioca ai dadi tutta la notte? A che pro, se incominci a dormire quando si leva la stella del mattino, all’ora in cui quei condottieri muovevano le insegne dell’accampamento?

Il disamore per la politica è più un luogo comune che qualcosa di autentico.  Molte volte si vorrebbe che la politica sia interprete delle necessità e delle domande della collettività ma trovarsi di continuo di fronte alla delusione per quel che non si riesce ad avere o ancora alle improvvisazioni di chi la politica la celebra più che altro come trionfo personale, induce a creare quelle distanze che poi a poco a poco diventano difficili da colmare e costringono le persone a ritirarsi in buon ordine, in una condizione di spettatrici impotenti e frustrate nelle aspettative, per l’impossibilità di seguire il dibattito formativo e fattivo della politica, allontanatasi la democrazia dal  suo significato reale,  ridotta com’è a mera chimera, a un ideale irraggiungibile, a un’utopia  che va oltre il nostro tempo. C’è però un ma che continua ostinato a ripresentarsi come un tarlo di cui la mente non può liberarsi ed è questo: come può l’uomo rinnegare la sua sostanza, la sua essenza, che è quella per cui è “animale politico e sociale”? Per quanto lo si voglia impedire e annullare in quel che costituisce il suo DNA, non si può pensare che prima o poi non gli ritorni il desiderio “prepotente” e inalienabile di riprendersi quel che gli è stato impropriamente negato e proditoriamente “scippato”, per non sentirsi succubo di manipolazioni altrui che non trovano legittimazione e ragione di essere, per riprendersi la sua dimensione di libertà, che è espressione del pensiero e, nel contempo, opportunità di azione, possibilità di fare, come diceva Vico, la storia. Il verticismo con cui si propone oggi la politica non può essere accettato incondizionatamente, come sembra che possa avvenire. Si ha sempre più l’impressione che non ci siano spazi di apertura per la base, per chi una volta era “cittadino” con diritto di partecipazione, prima ancora che con diritto di voto, e che i giochi siano già belli e pronti per una politica sempre più autocelebrante se stessa e capace di autoalimentarsi, in una dimensione chiusa e privilegiata, che  è aperta solo a chi, non si sa bene come, è riuscito ad entrare in lizza e a recuperarsi un ruolo di protagonista che si rinnova per anni ed anni, in una ripetitività di riproposizione di se stesso, sempre sulla cresta dell’onda, sempre più in grado di escludere gli uomini comuni. La prima regola, che è quella della partecipazione, e la seconda, che è quella dell’alternanza, sono del tutto eluse. Noi, semplici lavoratori, chi siamo? Che voce in capitolo abbiamo? Abbiamo perso da tempo il confronto diretto con la politica (nel passato,  esistevano le sedi fisiche, non metafisiche o telematiche  della politica, dove una volta  i partiti trovavano la loro ragione di essere,  in contatto  diretto con la gente comune, che viveva al centro o nelle periferie); abbiamo perso il diritto di voto, imponendosi i candidati da votare attraverso meccanismi decretati dall’alto, da chi già si trova in una dimensione di preminenza politica; oggi, infine, ci chiedono, approfittando di una condizione di crisi generale provocata dall’epidemia e senza tenere  nel debito conto i rischi che si corrono andando a votare, di assottigliare il parlamento. Non solo perciò l’imposizione delle candidature, ma anche la riduzione di quanti, secondo la Costituzione, ci dovrebbero rappresentare. La qual cosa significa farci  precipitare dalla padella nella brace. Per ora si vogliono rivedere tre articoli della Costituzione, poi si penserà  agli altri. Forse stiamo toccando il fondo. Dobbiamo  scendere giù giù o  risalire. Inevitabilmente. “Noi non siamo nessuno”  dice qualcuno.  “Parliamo così  per parlare”. “Neppure sudditi siamo?”

 “ No, neppure. Può darsi che siamo  le anime morte di Gogol”. “C’è una sola consolazione: chi voleva speculare su di loro non fa una bella fine”.  Non si può rinnegare e prostrare l’uomo, avvilirne le prerogative che ne costituiscono l’essenza. Non giova a chi si trova a rivestire ruoli istituzionali importanti frenare il cammino della democrazia.  Fermare o far tornare indietro la civiltà dell’uomo è un errore che si sconta prima o poi!

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