La Francia e la Turchia

Non hic Centauros, non Gorgonas Harpyasque/invenies: nomine pagina nostra sapit. Marziale, Epigrammi, X, 4, 9-10. Qui nella mia opera non troverai i fatti leggendari, i Centauri, le Gorgoni e le Arpie: l’uomo ci troverai: la mia pagina ha sapore d’uomo e d’umanità.

A metà del mese di giugno scorso un grave incidente nelle acque del Mediterraneo Orientale ha fatto correre seri rischi alle già alquanto compromesse relazioni tra Francia e Turchia, intenzionate entrambe ad avere una forte voce in capitolo nella questione libica e nelle faccende del Mediterraneo. La Turchia è altresì contrastata dalla Grecia (appoggiata in ciò dalla Francia) per lo sfruttamento dei fondali  del Mediterraneo orientale, mar Egeo compreso, in cui si inserisce l’attualità della questione cipriota. La Turchia mette non solo in moto contro la Grecia le sue navi (militari) in esplorazione di idrocarburi (gas),  ma anche, come è successo nei mesi passati, scatena contro di lei  una vera e propria invasione di immigrati, bruscamente e con forza respinta dalla Grecia. L’incidente che però più ha messo in luce come la competizione tra Francia e Turchia nell’ambito del Mediterraneo sia molto avanzata e decisa,  si è avuto quando a metà giugno scorso la marina turca ha risposto in malo modo alla Francia, che voleva controllare e intercettare il carico di armi turche indirizzate alla Libia, costringendo alla ritirata la nave francese, che si muoveva (secondo quanto riferito), con la benedizione e per volontà della Nato. La Turchia fa parte a sua volta della Nato, come la Francia, ma ciò non toglie che persegua una sua politica di espansione che va a disturbare gli interessi francesi, in Libia come in Grecia e in Siria. La politica spregiudicata della Turchia  mostra in maniera sempre più palese il desiderio, mai del tutto accantonato, di ricostituire l’antico impero ottomano e, se ciò non fosse possibile, di assumere un ruolo di rilevanza internazionale, senza essere subalterna e ricevere ordini e indirizzi da altri Paesi. Riavere un posto importante nel Mediterraneo orientale (in ciò facilitata dalla identità culturale e religiosa che la sostiene nelle relazioni con i Paesi che ne fanno parte) è attualmente abbastanza scontato, visto il lasciar correre degli Stati Uniti, che scatena l’ira di Macron, che si ritiene, insieme con la Grecia, l’unico paladino rimasto a combattere (nell’indifferenza della Nato), sul fronte della libertà contro la sfacciataggine della Turchia. In effetti, l’interesse degli Stati Uniti è quello di rinviare almeno per il momento una discussione sull’espansione turca  e il rafforzarsi della Turchia, preoccupati  e assorbiti dalle faccende interne, e, per quel che riguarda la politica estera, da nemici più temibili, che aspirano a intromettersi in maniera autorevole nel Mediterraneo (e quindi nella questione libica, nella questione siriana, etc.), in particolare la Russia. Senza per questo dimenticarsi del minaccioso Iran.  Per quanto riguarda Macron che grida (a giusta ragione) ai quattro venti  che l’Europa sta consentendo alla Turchia di fare il bello e il cattivo tempo a suo piacere, c’è da sottolineare che agli Stati Uniti sta molto a cuore che nessun Paese europeo prenda chissà quale voce in capitolo per quanto riguarda la supremazia e la leadership politica e, di conseguenza, il ridimensionamento  delle pretese della Francia da parte della Turchia non può che essere almeno per ora  ritenuto propizio. Né la Francia riesce a sobillare l’indignazione della Germania che ha i suoi buoni  motivi per non alienarsi Erdogan e che non ha nessuna intenzione di far crescere la Francia nel suo prestigio politico, costretta com’è a salvaguardare  esclusivamente le sue convenienze economiche, che sono quelle che le consentono di non ricevere, grazie al controllo turco e agli accordi  finanziari fatti, flussi ingestibili di immigrati, provenienti dai Balcani. L’Italia ha, per quanto la riguarda, buoni motivi per non tenere a sua volta il filo alla Francia, ancora offesa (può darsi) per come essa si sia inserita nelle faccende libiche e con il beneplacito dell’Inghilterra le abbia fatto, come si suol dire, le scarpe. Non ci sorprendiamo pertanto per le parole comprensive espresse da Conte nei confronti della politica turca, improntate su un attivo e sereno “dialogo”  da tenersi con la Turchia o da quelle pronunciate dal Ministro degli Esteri Di Maio, che dice che “bisogna accettare la presenza turca in Libia”. Come potrebbe, d’altronde, il nostro Ministro dire diversamente? Dopo che l’ambasciata italiana a Tripoli è stata difesa e salvata dalle forze militari turche? Se però l’ingerenza forte e prepotente della Francia in Libia,  che ha escluso l’influenza e “la protezione” nei suoi confronti dell’Italia con tutto quel che ne è conseguito ha determinato dissapori mai forse accantonati, non si può però immaginare che è tutto oro che luccica quello che si vuole comprare dalla Turchia. Andare d’accordo con la Turchia non vuol dire consentirle che si proceda politicamente senza tener conto che il rapporto potrebbe essere viziato e squilibrato.  Sarebbe almeno opportuno, anzi, indispensabile mantenere gli occhi ben aperti e guardare dove si va a parare.   

Per informazioni sul libro compila il seguente form

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *