Referendum

Servitium sed triste datur teneorque catenis,/ et numquam misero vincla remittit Amor. Tibullo, Elegie, II, 4, 3-4. Un triste servaggio mi è dato, son tenuto da catene; e mai a me misero Amore rallenta il vincolo! Che l’epidemia abbia segnato una linea di demarcazione molto profonda tra la storia di oggi e quella di poco tempo fa, è cosa certa. Che però si voglia prendere consapevolezza di questo, neanche a parlarne. L’incoscienza e la grande confusione non danno il modo alla gente comune di raccapezzarsi, di comprendere le ragioni di un cambiamento che si vuole nascondere, ma che fa una forte pressione per venire a galla. L’estate ne è stato il banco di prova. La necessità di ripartire economicamente nel settore turistico ha giustificato gli spostamenti ad oltranza e in molti casi ha intensificato il desiderio di vacanza, con tutto quel che ne consegue. A tutt’oggi le spiagge sono affollate e i flussi di macchine e di movimenti di circolazione superano quelli degli anni passati, stranamente. Ma tant’è. La libertà come diritto irrinunciabile anche di potersi muovere a proprio piacimento giustifica quel che ad alcuni può sembrare avventatezza (per usare un vocabolo eufemistico), ai molti necessità inderogabile. In tutto ciò, a parte il rischio di una nuova ondata eccetera eccetera, c’è qualcosa che potrebbe facilmente sfuggire ancor più di prima al controllo sociale che è la base perché si mantenga in piedi, almeno formalmente, la democrazia. Anche perché le faccende politiche continuano ad esistere e a svilupparsi, in un ambiente dove solo quelli che vi operano sono in grado di muoversi e di decidere le sorti degli altri e quindi il futuro destino del mondo. La politica interna italiana, ad esempio, non si ferma e neppure quella estera. La distrazione generale dà loro mano libera per muoversi senza gli intralci degli occhi (qualcuno più perspicace) puntati addosso. I problemi si sono moltiplicati con la pandemia, si inseguono l’un l’altro, ma la politica, al contrario, si muove serena, a pieno ritmo, in accelerazione ed è ancora più difficile di prima comprenderne le azioni e le ragioni. Nel bel mezzo di tutto il caos attuale, ci dà il contentino che sbalordisce, viene tirato fuori dalla manica l’asso che chiama alle urne la volontà popolare, in un clima di incertezza sociale, economica, sanitaria e di sensazioni che ci inducono a immaginare che si tirerà la barca verso il mulino che si vuole: se si dovesse concretizzare la vittoria del sì per quanto riguarda il referendum per il taglio dei parlamentari, si aprirebbe il varco verso le successive riforme, tutte di modifica e di “correzioni” della Costituzione. Ma partiamo da questo primo cambiamento, che segnerà il modificarsi della rotta, che di certo non potrà fare bene all’Italia. E’ notorio che il Parlamento sia la sede privilegiata della rappresentazione della volontà popolare. Assottigliarlo vuol dire reciderne una parte, fare in modo che ci sia meno forza nella capacità dibattimentale e decisionale delle faccende e delle leggi che riguardano l’Italia; significa, inoltre, che la centralità dello Stato si riduce rispetto alle rappresentanze che sono invece mantenute con gli stessi numeri precedenti nelle regioni e in ogni ambito periferico istituzionale, a vantaggio perciò delle regioni e a discapito di una gestione politica (oltre che economica) che valga per il Paese intero. Lo Stato e le sue leggi non avranno più la forza di osteggiare i particolarismi regionali, che segneranno una divisione marcata tra di loro, con conseguenze di antagonismi, che ci ributteranno ai tempi preunitari. A tutti gli italiani danno fastidio gli sprechi e la classe politica privilegiata e chiusa; in questo momento di crisi ancora di più, considerato che tante attività economiche non sostenute adeguatamente dalla politica nella catastrofica contingenza del coronavirus, hanno dovuto chiudere e si trovano, come si suol dire, in panne. Fare scegliere ora ai cittadini italiani se sia opportuno o meno ridurre le spese della politica con la riduzione dei rappresentati, non è corretto, anzi, è estremamente subdolo, malizioso. Innanzi tutto c’è da dover andare a votare in un clima non certo sereno, ma con l’obbligo (morale) della votazione, perché astenersi vuol dire incidere nel risultato, dal momento che non viene tenuto in conto il numero minimo dei votanti (il quorum), che, per quanti saranno (anche in due), potranno comunque decidere della sorte generale. In secondo luogo, chi potrebbe con le crisi che abbiamo non pensare che si possa iniziare a ridurre le spese del Paese partendo dalla testa, e cioè dall’eliminazione di un surplus di politici di cui si avverte il dominio più che la rappresentanza? E’ quasi scontato che nella buona parte la popolazione possa pensare che sia giusto e utile fare il taglio su cui (incredibile ma vero, benché questo debba mettere sull’avviso) quasi tutti i partiti (di governo e di opposizione) si sono espressi per il sì. Ma perché invece di ridurre i parlamentari non si riducono gli stipendi e le spese dei rappresentanti? La vita di lusso in cui si muovono? Sì, capisco, è poco per un Ministro abbassare il suo stipendio e le sue spese a quelli di un docente. Le pretese e la qualità di vita sono diverse. Anche l’impegno e le gratificazioni (il primo più scarso, le seconde di gran lunga superiori). Bisogna considerarle queste cose e dare a un parlamentare almeno uno stipendio in più rispetto a quello che viene dato a un professore di liceo, il che potrebbe significare fare arrivare il suo compenso a circa tremila, tremila e cinquecento euro (spese di lavoro a parte). Potrebbero poi i politici usufruire gratis di tutti i beni pubblici (autobus, case popolari, servizi sanitari pubblici, mense, colonie estive per le vacanze, etc.). Prima di questa votazione del referendum di riduzione dei parlamentari, i parlamentari dei 5 Stelle, anticipando le aspettative generali e con grande soddisfazione di tutti (quasi volessero prepararsi la strada) e non solo hanno optato di ridurselo lo stipendio e le varie indennità per gli incarichi politici. Il loro cavallo di battaglia che spero non divenga il cavallo di Troia per l’Italia. Certo, degli emolumenti per la politica rimaneva nelle loro tasche una buona quota, ma uno sforzo e una rinuncia davano l’idea di averli fatti. Questo per fermare le obiezioni sul vero e secondario scopo, che adesso è fatto venire alla ribalta: ridurre il senso (attraverso i numeri) della democrazia, in attesa non sappiamo bene di che cosa (presumibilmente di altre più incisive riforme). Del resto, le alleanze e gli accordi li hanno trovati; qualcuno fa finta di essere contrario e di lasciare libertà di voto, ma di fatto sostiene il medesimo progetto. Che ci potevamo di diverso aspettare? Non è che siano partiti chissà da dove e chissà da quanto tempo. Chi li ha generati i grillini ha cominciato con un “ Vaffa’…” generalizzato e sghignazzante di cui ancora si percepisce l’eco. Non si facevano distinzioni, non si dava a Cesare quel che era di Cesare. Ma non si vuole fare di ogni erba un fascio. La responsabilità per ogni cosa, quella che regola la coscienza e dirige il pensiero, è personale, va oltre le contingenze anche storiche. Nessuno ci vieta di credere che ci siano dappertutto persone oneste, responsabili, critiche. In ogni schieramento c’è chi è in grado di fare del bene all’umanità.Piera Ruocco

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