L’amicizia rischiosa

Hic vir, hic est, tibi quem promitti saepius audis,/Augustus Caesar, divi genus, aurea condet/ saecula qui rursus Latio…

Virgilio, Eneide, VI, vv.791 sg. Questo è l’uomo, sì proprio questo, che spesso ti senti promettere, Cesare Augusto, stirpe divina: egli che riporterà gli aurei secoli al Lazio…

La politica internazionale pone in prima luce da un po’ di tempo a questa parte un  Paese che si muove per divenire a pieno titolo media potenza, a metà strada tra i grandi e per ora irraggiungibili  Paesi, come gli Stati Uniti o la stessa Russia e anche la Cina, e quelli che invece seguono una strada autonoma (relativamente parlando) e , oltre all’importanza della loro dimensione politica, cercano, nel gioco delle alleanze con le grandi potenze, di entrare in concorrenza nella dinamica strategica internazionale,  recuperando terreno sia  in ambito politico che militare, inserendosi nei contesti di crisi attraverso schieramenti strategici mirati e  sostegni bellici forniti alle forze locali che si  combattono tra di loro per usufruire di una relativa supremazia, condizionata, ovviamente, dalla validità degli aiuti esterni ricevuti . Non è solo la Turchia a rivendicare un ruolo più importante, ma anche l’Iran, l’Egitto, etc., Paesi che  interferiscono nella controversa questione libica o nella ancora più caotica situazione siriana, intenzionati ad avere maggiori prospettive di ampliamento del loro spazio di azione nell’ambito del Mediterraneo, verso cui si protendono gli interessi di tutti, compresi (almeno così dovrebbe essere) quelli italiani.  Nello scontro camuffato da “alleanze” non si può trascurare il palese  (in questo caso) contrapporsi alla politica di rafforzamento e di espansione della Turchia da parte della Grecia, le cui questioni esterne si sono da sempre risolte con le armi, costretta com’è a difendersi da un vicino potente e sempre pronto ad approfittare delle difficoltà per rifarsi avanti e avanzare insostenibili pretese.  In tutto ciò si inserisce la politica italiana estera, improntata su “isolati” (dal punto di vista europeo) e originali dichiarazioni di affetto, di fiducia, di stima, di condivisione a cuore aperto di tutto quel che fa la Turchia. Il Governo italiano si barcamena tra quel che pretende l’Europa (i Paesi dell’Unione), che cerca di frenare i passi poderosi e risoluti di Erdogan (il Presidente che rappresenta l’intero Paese), considerati “a rischio” non solo per la Grecia, ma per l’Europa intera e la protezione  e l’incremento degli interessi economici dell’Italia in Turchia (ampiamente però contraccambiati da quelli turchi in Italia): Le ambiguità tra cui si muove la politica estera italiana non è poi così difficile da comprendere. Nelle relazioni umane molto conta lo scatenare della gelosia in chi si vorrebbe più presente e più utile; più, insomma, dalla propria parte. Il grande amore che l’Italia mostra nei confronti della Turchia ha indotto i Paesi europei a rivedere la loro linea di azione e a ritrovare il senso di un’unione che correva il rischio (ciò è stato evidente nei momenti più gravi dell’epidemia da coronavirus) di separazioni e nazionalismi che non potevano essere accettati. Ma, a prescindere da quel che sta succedendo adesso, c’è da rilevare che la politica dell’ambiguità  dall’Italia è stata utilizzata anche in altri momenti storici; sapersi destreggiare dando un colpo all’incudine e un altro al martello sembra essere un modo utile e furbo di far lievitare i propri interessi, muovendosi in modo da non lasciarsi condizionare (almeno questi dovrebbero essere gli intenti) né da un paese né da un altro, carpendo i favori e le lusinghe di entrambi. L’avvicinarsi troppo spudoratamente alla Turchia da parte dell’Italia ha messo in allarme un bel po’ di Paesi europei, i quali però possono solo con flebile voce rimproverare l’Italia, dal momento che, prima ancora di perseguire il bene unico  e comune dell’Unione, si concentrano sovente e  a turno sulle specifiche politiche  nazionali. Non ci possiamo meravigliare di ciò che sta succedendo in politica estera se poi consideriamo che i 5 stelle al Governo hanno nei loro programmi politici iniziali messo in discussione la validità del nostro far parte dell’U.E., proponendo di ricorrere ad un referendum che mettesse in discussione la nostra partecipazione all’euro, volendo interpellare l’Italia sulla sua volontà di rimanere nell’Unione o tirarsene fuori. Poi ci hanno ripensato e fatto sapere che è importante non uscire dall’Europa, ma fare in modo che farne parte significhi compartecipazione al benessere e alla democrazia. Questo però  non vuol dire che  si siano comunque convinti dell’importanza di essere europei  dell’U.E. Niente perciò di strano nel flirt tra l’Italia e la Turchia e nel mantenere il legame (un po’ incerto, a seconda del caso) con l’U.E.  Qualcuno c’è che sembra accorgersi che trattasi di un amore che può essere sbagliato, non tanto affidabile, con un Paese che, come qualche giorno fa ha lamentato Pisapia, ex sindaco di Milano e parlamentare dell’U.E., non tiene in debito conto i diritti umani e lascia morire, dopo un digiuno di 238 giorni, l’avvocato (donna)  Ebru Timtik, dopo aver subito una detenzione inaccettabile, rea di aver chiesto un processo giusto, inconcepibile senza il diritto di difesa e impedita nel voler difendere le persone accusate dal regime, e quindi nel lavoro. Per non parlare dei tanti giornalisti a cui è stato proibito letteralmente di esprimersi, perseguiti pesantemente e costretti  molti di loro a tacere per sempre.  Ma questo è solo un lato della medaglia. Il resto ancora non è stato preso in considerazione. La Turchia si muove con spregiudicatezza in ambiti territoriali (in primis in Libia, Siria), ma anche in Albania e nei Paesi della ex Jugoslavia,  in Grecia, etc. per riprendere sotto il suo controllo molti territori che strategicamente  le erano stati sottratti e la cui perdita aveva segnato la fine dell’Impero ottomano. La  condizione critica del Medio Oriente o Vicino Oriente, a partire dalla cosiddetta “Primavera araba” ha fatto nascere a poco a poco le speranze di un sogno mai del tutto abbandonato: tornare alle passate glorie. Può l’Italia, i cui interessi nel Mediterraneo (nella cui centralità si trova ad essere)  sono il presupposto della sua stessa sopravvivenza e  tutela, mettersi dalla parte della Turchia per darle mano libera e spazio aperto alle sue espansioni? Può  essere solo spettatrice e non tener conto che farsi sostituire, ad esempio, dalla Turchia piuttosto che dalla Francia (com’era successo con la caduta del regime di Gheddafi) nei rapporti con la Libia,  non cambia gran che nelle ricadute economiche e politiche che può subirne, dovendo  l’Italia invece essere Paese vicino e confinante privilegiato e sicuro?       

                                  

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